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Tutto a un tratto, una stella divenne cadente. Ripensò a tutte le volte che avrebbe voluto conoscere il mondo più da vicino ma adesso il respiro le si bloccava per la paura. Cercando di calmarsi, si ripeteva che le stelle, quando cadono, diventano più belle. Un caldo insopportabile le bruciava la schiena e voltandosi poté vedere una scia di fuoco che la infiammava.

 

Dalla spiaggia, un uomo vide nel cielo notturno una stella cadere. Sorrise per quello spettacolo ma poco dopo si insospettì, accorgendosi che la cometa non scompariva. Quella scia luminosa continuava imperterrita la sua corsa, avvicinandosi sempre di più al mare. La fissò, impotente.

 

C’era qualcosa che non andava, si rese conto la stella. Precipitava, precipitava ma non si disintegrava. Eppure, le avevano raccontato che finiva sempre così per quelle che cadevano. Certo, aveva qualche bruciore sulla schiena ma nulla di più. A preoccuparla era il mare: come avrebbe fatto a respirare?

 

All’uomo, invece, che si copriva la bocca con la mano, tornò in mente un vecchio ricordo.

 

E la stella, neanche a dirlo, era finita proprio sott’acqua. Sfortunatamente non aveva mai imparato a nuotare. Appena sotto, si guardò intorno. Tutto era blu: i pesci che scappavano, le alghe smosse, persino le rocce. Non il blu del cielo a cui era abituata, certo, ma un blu più chiaro, più trasparente… non ne aveva mai visto uno così. Forse anche quello era un cielo.

L’aria, però, iniziava a mancare e la stella aveva paura. Un gruppo di lunghi pesci si avvicinò a lei e, a quel punto, la stella pensò davvero di non avere più speranze. Aveva freddo, non respirava più, si stava estinguendo. Dal gruppo di pesci, se ne staccò uno e le nuotò incontro. Lei non poté far altro che guardarlo volare in quello strano cielo e raggiungerla. In quel momento, si accorse che quello non era un pesce ma uno strano oggetto: le si posò sulla bocca e, d’improvviso, poté di nuovo respirare.

 

Da quando la luce si era spenta sul fondo del mare, l’uomo faceva avanti e indietro lungo la spiaggia, guardava l’acqua e cercava, cercava. Non si capacitava dell’accaduto ma sapeva, sapeva in cuor suo, che una cosa del genere era possibile. Si avvicinava alle onde, osando appena sfiorarle: appena sentiva i piedi bagnarsi si fermava e faceva un paio di passi indietro. Quel qualcosa, che lo incuriosiva tanto, lo spaventava anche.

Ma ecco spuntare dal pelo dell’acqua una strana forma, come un sommergibile. No, no… non un sommergibile, era molto più piccolo questo, era un tubo di plastica che fa la verticale. Un boccaglio.

 

Dopo essersi fatta guidare dal gruppo di pesci che aveva imparato a chiamare anguille, la stella sentì la terraferma sotto i piedi. Era una sensazione strana solcare il suolo per la prima volta. Uscendo dall’acqua, si accorse che un uomo era lì a guardarla. Si sa che le stelle hanno un grande valore sulla Terra, specialmente per gli umani, quindi si spaventò ben presto, sicura che l’uomo l’avrebbe rapita e rivenduta al mercato nero delle stelle. Non ebbe il tempo di scappare che questo già l’aveva afferrata.

 

Una stella, pensava, è caduta di nuovo in questo mare.

L’uomo la asciugò con il telo da mare e la guardò. L’uomo si comportava in modo strano, era goffo e insicuro, come se da anni non incontrasse nessuno e non facesse altro che stare a guardare il cielo dalla costa. Forse anche lui era caduto.

 

A quel punto quella cominciò a gridare: «Lasciami, lasciami! Non mi venderai al mercato nero! Io voglio tornare in cielo». E intanto si dimenava nell’asciugamano che era grandissimo rispetto a lei, come un cielo che le si accartocciasse intorno.

 

«Non ti voglio vendere, cara stella. Come vedi, vivo qui sulla spiaggia - e così dicendo le indicò la capanna che stava un po’ più in là, sopra una scogliera - e tutti i miei averi li ho già dati via».

«Posso aiutarti a tornare in cielo. Sappi, però, che non sarà impresa facile».

 

La stella, sentendosi stranamente rassicurata, accettò l’aiuto dello sconosciuto. Dovevano raggiungere la montagna dall’altra parte dell’isola, così le aveva detto. Lì, lui, avrebbe saputo cosa fare. Poi l’aveva nascosta tra le pieghe dell’asciugamano e si erano incamminati verso il paese, tappa obbligata.

L’uomo stava attento a che gli stralci di luce non uscissero fuori dall’asciugamano. D’altronde, la stella aveva ragione: all’epoca i corpi celesti erano quotati parecchio al mercato nero.

In paese c’era una grande festa per l’inizio della primavera, proprio quella notte. Per questo, furono cortei festanti, carri con musicisti e fuochi d’artificio ad accoglierli nel centro storico (questa parte di mondo, però, la stella non ebbe modo di ammirarla). L’uomo, purtroppo, attirò senza volere l’attenzione: per gli abitanti era un evento fuori dal normale. Si ricordavano ancora di quando se ne era andato a vivere da solo sulla spiaggia. Si diceva che fosse stato per una storia d’amore finita male, o per dei debiti di gioco. Sta di fatto che era una cosa strana vederlo nel centro del paese.

L’uomo fece finta di nulla ma un raggio di luce, a un certo punto, uscì fuori dall’asciugamano e puntò dritto negli occhi del rigattiere. Questo, ben informato sui prezzi del mercato, con gli occhi che brillavano di avidità, si avvicinò all’uomo come fa un vecchio amico e gli chiese cosa avesse mai lì nascosto. L’uomo tergiversò, si mise a parlare del tempo, della primavera e della festa ma, di fronte all’insistenza di quell’altro,  perse il controllo e iniziò ad urlare. Arrivarono altre persone e, ben presto, un capannello si formò intorno ai due uomini per evitare la rissa che oramai era matura. La stella, chiusa nel suo asciugamano, si sentì numerose mani scorrerle addosso, alcune per caso, altre cercando di afferrarla. L’uomo, per fortuna, la tenne stretta.

Poi, le voci si allontanarono e si fece silenzio. L’uomo aveva ripreso a camminare.

«Tutto bene lì dentro?» le chiese con un po’ di fiatone.

«Dove stiamo andando?» chiese lei poco dopo, quando la pianura divenne salita. Più si avvicinava al cielo, più sentiva i suoni dell’universo chiamarla.

«Stiamo salendo sulla montagna. Manca poco, porta pazienza» rispose lui.

 

Giunsero finalmente sulla cima del monte, dove l’uomo posò la stella e la lasciò uscire dall’asciugamano insieme al boccaglio che le permetteva ancora di respirare. Tutto quel buio diede fastidio agli occhi della stella, abituata ad altre luminosità. L’uomo la portò per mano fino alla punta più alta e le mostrò una corda che stava dritta dritta, in verticale, e fluttuava. In basso era legata a una pietra enorme. Era come se la gravità la tirasse verso il cielo, non verso la terra. Che cosa strana.

«Che ci fa qui una corda?» chiese lei, curiosa.

«È una lunga storia. Ma adesso non abbiamo tempo. Capirai una volta in cima». Lei lo ringraziò e, per salutarlo, gli lasciò il boccaglio dicendo: «A me non serve più».

 

Quando il piccolo astro arrivò su, alla fine della corda, si accorse che a tenerla dritta verso il cielo era un’altra stella. Sembrava molto più vecchia di lei.

«Che ci fai qui, piccola?» le chiese l’anziana.

«Sono caduta dal cielo stanotte. Non sapevo cosa fare, ma un uomo mi ha offerto il suo aiuto e mi ha fatto risalire quassù» rispose lei. L’altra sorrise piangendo, chissà perché, e la salutò indicandole la via per casa.

 

Un boccaglio, una corda e l’oscurità: ecco cosa mi è rimasto, disse tra sé l’uomo ancora in piedi sulla cima della montagna. Aveva dato via ogni cosa, sicuro della sua scelta, e ora ne sentiva la dolorosa mancanza. Ora, però, qualcosa ce l’aveva.

Prese ad arrampicarsi sulla corda e, quando sentì mancargli l’aria, mise il boccaglio per respirare.

 

A differenza di come accade nel mondo al di sotto del cielo, man mano che saliva la corda, la fatica si faceva sempre di meno; a ogni metro più in alto, era più leggero. Stranamente, più si allontanava dalla Terra e più si sentiva a casa.

Una volta giunto in cima, fu accolto da una luce fortissima. Era una sensazione strana, pensava, come se fosse baciato sulla schiena e sul volto e tutto intorno. Una sensazione che aveva dimenticato. Poi, dal silenzio, una voce parlò: «Sei tornato, finalmente».

Non avevano aspettato invano.

Giulio Canterino

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Herbert

“Avere una pistola nel cassetto porta la gente a chiedersi cosa farne. E va a finire che a un certo punto della propria vita, bang, l’illuminazione arriva. La tiri fuori con la riverenza che si deve alle persone importanti, afferri il suo manico duro e freddo e improvvisamente ti accorgi di quanto è pesante. È qui che ti vengono i primi dubbi, ma fai finta di niente, la tiri su e spari. Un gioco da ragazzi.”

Herbert teneva fisso lo sguardo sul detective che cercava faticosamente di capire cosa spinga un uomo a uccidere.

 

Patrick

Patrick se ne stava tranquillo al computer a cercare annunci per locali in vendita. Era il primo giorno libero da quando era morta sua madre, fra l’ospedale, il funerale e le attenzioni esagerate dei parenti più o meno stretti.

La vecchia signora Mayflowers aveva lasciato un bel gruzzolo in eredità al suo unico amatissimo figlio, con un biglietto: realizza i tuoi sogni. Così Patrick aveva iniziato a pensare a viaggi intorno al mondo, ville con piscina e macchine di lusso. Ma a dire la verità non gli piaceva viaggiare, una casa ce l’aveva già ed era molto affezionato al suo vecchio catorcio che ancora non l’aveva mai abbandonato. L’unica cosa che voleva era trovarsi un nuovo lavoro ma non è facile quando hai quasi sessant’anni e sai fare solo polizze assicurative e panini alla griglia. Ed è proprio quello che avrebbe fatto con i soldi di sua madre: panini alla griglia.

 

Herbert

Non era un giorno qualunque, quello, per Herbert DeVille. No, il 24 novembre non era mai un giorno qualunque per Herbert DeVille. Soprattutto da quando sua madre, trentadue anni prima, aveva deciso di spararsi un colpo in testa durante la sua festa di compleanno.

Sarebbe cresciuto da solo se non fosse stato per la donna che, in quegli anni, lo aiutò a sopravvivere. Aveva costruito tutto ciò che era appoggiandosi sulle sue spalle.

Lei lo aveva pescato nel baratro e accolto nella sua vita come un figlio, o qualcosa di molto simile. Lo aveva aiutato a pagarsi l’università e poi a entrare nello studio di Maurice Portroy, il notaio.

Se ne andò dal cimitero solo quando cominciarono a scendere le prime gocce di pioggia. Aveva aspettato qualche giorno prima di andarla a trovare, per evitare di incontrare il figlio o qualche altro parente che avrebbe potuto farsi domande a cui non voleva rispondere. Le avrebbe voluto dire tante cose, abbracciarla o ringraziarla o semplicemente ritrovarsela davanti per strada e sorriderle senza farsi vedere.

Prima di uscire si fermò anche sulla lapide della donna che aveva rischiato di distruggergli la vita, la stessa che fino a quel giorno di trentadue anni prima aveva sempre chiamato mamma. Aveva quarant’anni. “La mia stessa età”, mormorò Herbert prima di incamminarsi verso il suo studio.

 

Catherine

Lavare e stirare, questo era tutto quello che il mondo sembrava chiedere a Catherine. Anche se ora, con i soldi della signora Mayflowers forse avrebbero potuto permettersi qualcosa in più. L’idea della lavanderia a gettoni le era venuta quando si era rotta la lavatrice ed era dovuta andare a cinque miglia di distanza per trovare una lavanderia aperta.

“Cathy”, sentì la voce di Patrick, suo marito, che la chiamava. “Catherine, dobbiamo andare! Sei pronta?”. “Arrivo subito”.

 

Patrick

Non aveva mai conosciuto personalmente il notaio DeVille. Patrick lo incrociava spesso lungo la strada quando andava a trovare la madre e gli aveva sempre dato l’idea che fosse un bravo ragazzo. La tragedia di Madame DeVille aveva sconvolto tutto il quartiere e anche se all’epoca Patrick era ancora al college, quelle sono storie che ti arrivano lo stesso e non si dimenticano tanto facilmente.

 

Herbert

Trovarsi quell’uomo davanti, senza neanche una sfumatura di tristezza sul volto, fece venire a Herbert un groppo allo stomaco.

“Questo è quanto”.

 

Catherine

“Ottimo, ci bastano giusti giusti per la Lavanderia a gettoni!”, disse euforica non appena il notaio DeVille ebbe smesso di parlare.

“No, scusa, in che senso?” le rispose Patrick visibilmente perplesso.

Solo allora Catherine realizzò di non averne mai parlato con suo marito.

 

Herbert

Era arrivato al punto che le grida dei coniugi Mayflowers erano come un fastidiosissimo rumore di sottofondo nella sua testa, che intanto continuava a pensare a lei. E più loro urlavano e più lui pensava e rifletteva e ricordava. Il suo sguardo si posò sulla foto che teneva sulla scrivania. La signora Mayflowers gli sorrideva dalla cornice, era diversa dalla foto che aveva visto quella mattina al cimitero. Avrebbe voluto assomigliarle come le assomigliava Patrick, e avrebbe voluto poterla piangere liberamente. Invece suo figlio impiegava il tempo a litigare con la moglie per una squallida panineria. L’uomo di cui aveva sempre invidiato la vita e che ora odiava sopra ogni cosa.

“Basta”, disse con voce sommessa, e aprì il cassetto.

 Nedo Falchetti

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Ed è una cosa triste.

Qui, al centoquindici della follia, abbiamo bisogno di altri quattrocentottantacinque palloncini per prendere il volo. E questa è una cosa triste. Era una cosa triste quando ce ne stavamo ai bordi delle strade con le mani spellate. Una lacrima di gelo sulla guancia, il cane a scaldarci le palle. Qualcuno di noi aveva anche perso una gamba, un orecchio, quelli più fortunati un occhio. Fa sempre impressione vedere uno senza occhio, è una cosa triste. Ma a nessuno interessavano le nostre perdite. Non eravamo altro che una cosa triste, un ingombro nella strada. Una puzza di piscio da scansare, un piede mutilato da cui spostare lo sguardo. Un giorno un uomo passa e dice che gli dispiace. Di che cazzo parli? Gli dico io, e quello dice che non è giusto. Allora gli chiedo come cazzo si permette di venirmi a dire cosa è giusto e cosa non lo è. E lui mi guarda male, con lo sguardo di chi voleva solo essere buono e gentile, e dolce, caritatevole e vaffanculo. Che altro vuoi, gli chiedo. Mi alzo, aiutandomi con la stampella. Se vuoi proprio fare qualcosa per noi allora dacci un lavoro, gli dico. E lui si allontana di un passo, forse per evitare il mio fiato che minaccia il suo respiro. Vacci piano amico, dice facendo un passo indietro. Gli faccio notare che è un bel pezzo di merda, che era stato lui a dire che gli dispiaceva e tutte quelle stronzate. Gli faccio notare che è un ipocrita del cazzo come tutti gli altri, noi compresi. Se non ci trova un lavoro, delle sue parole non ce ne facciamo niente, che se le ficchi nel culo.

Ma non è certo colpa sua poveraccio, pensa quello. Lui fa il cameriere, e quegli stronzi se proprio volessero se lo potrebbero trovare un lavoro. Visto che lui, quello, si spacca il culo otto ore al giorno e quelli, noi, non fanno niente dalla mattina alla sera. Due euro non glieli dà neanche morto.

E invece quegli stronzi non se lo possono trovare un lavoro. E non se lo possono trovare perché non vogliono leccare il culo a un cliente del cazzo, o abbassare la testa agli insulti del capo, che sembra sia l’unica persona che sappia lavorare. Non lo possono trovare perché non vogliono sollevare i pesi con le braccia, lo vogliono fare con il pensiero. Quegli stronzi, sono gli stessi stronzi che tre anni fa andavano a sbattersi per aprire il bar alle sei di mattina e rifornire il catering di tutto il cibo di cui avesse bisogno. Quegli stronzi sono gli stessi stronzi che si caricavano sulle spalle pacchi e pacchi per le scale interne al bar fino alla pasticceria sotterranea, dove non c’erano neanche le finestre.

Quegli stronzi, erano gli stessi che si prendevano gli insulti al telefono, lavorando per al call center; gli stessi che pulivano i cessi della biblioteca o che andavano a disinfettare la palestra alle dieci di sera, due volte alla settimana, per cinquanta euro al mese. Gli stessi che lavavano la merda di cavallo, in nero, sottopagati, per dieci ore di lavoro giornaliere.

Quindi, guardo il cameriere dritto in faccia e gli dico che si può tenere i suoi sporchi soldi. Che anche se non ha detto niente lo so benissimo cosa pensa, e che nessuno di noi vuole tornare a vendere il proprio culo. E non gli faccio aprire bocca perché avanzo un altro paio di passi, con scarpa da ginnastica e stampella, e gli agito un dito contro, gli dico che il lavoro di merda lo abbiamo tutti lasciato perché ci eravamo rotti le palle di succhiare il cazzo per due lire. La sua espressione la dice lunga e non gli basterebbero neanche quattrocentottantacinque palloncini per volare. E così se ne va lungo la strada, con la camicia dentro la plastica, appena presa dalla lavanderia, appoggiata sulla schiena. Lo sapevo che era un cameriere. E allora mi rimetto seduto e apro il libro, con un malumore nell’anima talmente nero che neanche dopo tre giorni di trincea.

Faccio un gesto di saluto a quelli dall’altra parte della strada, quelli del centoquattordici, i laureati in legge. Loro mi urlano che succede, io rispondo niente, sto rileggendo la tesi su ontologia e opera d’arte, ma quelli mi chiedono cosa è successo con il tipo di prima, e gli urlo che non è successo un cazzo di niente.

Allora mi dicono che al Centodiciotto quelli di economia hanno finito di intagliare la scacchiera e, se voglio, c’è un torneo questa sera.  Dico no, grazie, e mi rimetto a leggere.

E così, qui al centoquindici della follia, fa veramente freddo e ce ne stiamo con le mani in mano. Ma non senza far niente, cerchiamo di scaldarle. Al centoquindici abbiamo già lavorato, già sudato e già leccato culi. Ma non faceva per noi. Così abbiamo deciso di far carriera qua, per la strada. Era una cosa triste perché non eravamo folli schizoidi, che tirano fuori un coltello e ti minacciano per due spicci. Non eravamo neanche di quelli che urlano e sbraitano. Eravamo di quelli che non fanno nulla. Una depressione come cura della personalità, ecco cosa avevamo ereditato. Al centoquindici della follia abbiamo smesso di lottare, e ce ne stiamo giorni e giorni a pensare come sarebbe stato se. È una cosa triste perché quando qualcuno chiede come stiamo, noi lo mandiamo affanculo.

noname_

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Non mi ero mai curato dei ciclamini che stavano sul balcone di nonna. Ci giocavo ogni tanto, è vero, mi limitavo a strappare qualche petalo, giusto per il gusto di vederli planare fino a terra. Ma non gli avevo mai prestato veramente attenzione. Di solito prendevo un petalo e lo tagliavo con l'unghia del pollice, quel minimo che bastava a vederne il segno scuro sul rosa chiaro e sentire il polpastrello umido di linfa. Un passatempo di poco conto, una di quelle cose che si fanno senza pensare. Quella mattina fu la prima volta che li osservai con attenzione.

Non so per quale motivo, ma quel giorno volevo memorizzare ogni dettaglio di quella casa che avevo sempre abitato sovrappensiero. Volevo portare con me un ricordo vivo come il presente, non una sfocatura del passato.

Lo zerbino rettangolare fuori dalla porta di legno, il grosso pomello d'ottone, il mobile sulla destra nell'ingresso con le foto in bianco e nero di vite trascorse e ormai dimenticate. Il tappeto con motivi persianeggianti che interrompe il cigolio delle scarpe sul vecchio parquet. La porta del corridoio sempre chiusa sulla sinistra e davanti, al di là del piccolo archetto tagliato per metà da una tenda gialla che si affloscia pigramente nel vuoto, il piccolo salone comunicante con la cucina, ancora più piccola, nella quale nonna trascorreva metà del suo tempo da sveglia. L’altra metà lo passava sulla poltrona, davanti alla televisione a tubo catodico poggiata sul canterale.

Quel giorno, quando entrai, era proprio sulla poltrona. Dormiva e non mi andava di svegliarla: in quel periodo prendeva sonno di rado e io non avevo assolutamente voglia di parlare con lei. Camminai un po' per casa, silenzioso. Ma dopo pochi passi un rumore  inaspettato riverberò dalla porta del corridoio. Senza troppa agitazione andai ad aprirla e ne zampettò fuori Rudie, il gatto. Fece un salto con cui mi superò piedi e andò a finire sul tappeto dell'ingresso. Mi guardava in una maniera strana. Non che io sappia descrivere la stranezza che può essere custodita dallo sguardo d'un gatto ma, quel giorno, sapevo che era così. Stava ritto sulle zampe, pronto a schizzare chissà dove in qualsiasi momento, ma continuava a fissarmi come si aspettasse qualcosa. In realtà il modo in cui scappò, quando provai a chiamarlo con qualche schiocco della lingua, mi rivelò che  Rudie  voleva dirmi qualcosa. Aprii bene gli occhi e cominciai a rincorrere il gatto il più velocemente possibile. Sembrava una macchia nera evanescente nel piccolo appartamento di nonna, una sagoma che fluiva nello spazio, non capivo minimamente come potesse fare certi salti senza rompere nulla. Era già uscito sul terrazzo quando lo vidi nuovamente fermo.

Sembrava incantato, con lo sguardo fisso sui ciclamini che nonna curava con amore e che io, puntualmente, tartassavo. Ci fermammo a guardare quei vasi di fiori, insieme, e per quei pochi lunghi attimi mi sembrò di riuscire a comprenderlo. Come se ci fosse una sorta di forza magnetica che da lui si trasmettesse a me passando attraverso i ciclamini di nonna.

Nel momento in cui provai ad avvicinarmi Rudie schizzò via rapido e andò a rifugiarsi di nuovo dentro casa. Rimasi a osservare i suoi movimenti isterici ed eleganti allo stesso tempo, quindi rientrai.

Nonostante tutto quel frastuono mia nonna rimaneva assopita. Mamma diceva sempre che aveva il sonno pesante, neanche le cannonate la svegliavano.

Rudie continuò a correre di qua e di là e io cercavo di capire che cosa avesse da agitarsi in quel modo, finché con un piccolo balzo andò a posarsi proprio sulla coperta di lana beige che nonna teneva per scaldarsi le gambe e il torso. Ci misi un po' a capire cosa voleva Rudie.

Tutto, su quella poltrona, era immobile.

Gianni Werner

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Era tutta la mattina che le persone entravano e uscivano dalla sala d’attesa. Entravano, uscivano, il più delle volte non si guardavano. Nel silenzioso viavai, intanto, la luce del mattino filtrava dalla finestra e il tempo passava.

Entrarono due figure che mossero l’atmosfera come una folata di vento che passa tra i rami di uno sterpo. Alcuni pazienti fecero per rivolgere loro occhiate di fastidio ma, quando si accorsero che si trattava solo di un nonno e il suo nipotino, sorrisero riportando i loro sguardi nel silenzio.

«Secondo te ho l’allergia, nonno?».

«Non lo so, ora ci facciamo prescrivere le analisi dal dottore e lo scopriamo».

«Ma io ho chiesto secondo te!» insistette il piccolo, stavolta con voce squillante.

«Secondo me sì» rispose il vecchio.

Perché mai doveva essere allergico e, soprattutto, che razza di risposta era quella? “Secondo me sì”... non era un’argomentazione, non era niente - pensava il bambino che, come tutti gli altri pazienti, guardava in basso. Nelle mani teneva una pallina di pongo, rossa. Infastidito ancora dalla risposta, la torturava fino a sentire tra le dita null’altro che un fascio di nervi. Si sedette vicino al nonno, con cui non voleva più parlare. Da lì, la luce della finestra lo scaldava e per un attimo guardò fuori. Stava arrivando la primavera e nessuno sembrava accorgersene, probabilmente nemmeno il nonno. Doveva essere solo un raffreddore il suo, e niente più. Questa storia dell’allergia proprio non gli andava giù e quella plastilina, mannaggia, non prendeva mai la forma giusta. Si sentì toccare la spalla, era l’ora di entrare e, agitato per questa storia del raffreddore, lasciò il pongo su un tavolino della sala d’attesa.

La porta d’ingresso dello studio fece rumore nuovamente e un uomo entrò nella stanza. Senza degnare nessuno d’uno sguardo si diresse verso la finestra dove ora, una sedia, in disparte, accanto a un tavolino, sembrava aspettare proprio lui. Che fortuna - pensò, dal momento che voleva starsene per conto suo. Prima di aprire quella porta aveva sperato di non incontrare nessuno, conoscente o cliente che fosse. Quello, il primo passo, era andato liscio.

Per il resto, però, la nausea continuava a tormentarlo. Guardò fuori dalla finestra cercando di distrarsi e si accorse di una luce strana, diversa dal solito. Era la primavera che stava arrivando e, era vero, nessuno dentro quella stanza sembrava accorgersene, tutti così presi dall’abbottonarsi quei cappotti ingombranti. La nausea tornò più forte e l’uomo credette fosse meglio lasciar perdere quel genere di pensieri. Sì, perché a dire il vero, sapeva che il dottore poteva dirgli ben poco della propria nausea. Per il momento, però, una spiegazione qualunque poteva bastargli.

Guardò il tavolino accanto alla sedia. Piccolo e inutile, era un oggetto fuori posto. Poi, si accorse che non era l’unica cosa fuori posto: una palla di pongo sostava indifferente, lì sopra. Nel guardarla si ricordò della sensazione che aveva provato nel toccarla, maneggiarla ma era passato tanto tempo dall’ultima volta. Se la ricordava bene però. Si ricordava perfettamente la sensazione che si prova nel modellare i propri desideri come si fa con una palla di pongo.

Stretta nella mano può diventare qualsiasi cosa, anche se al momento non è nulla, solo una massa informe e morbida. Sarebbe bello, con la sola forza delle mani, plasmare l'inesistente e costruirlo nella realtà, correggendolo con semplici pressioni delle dita. Avrebbe voluto prenderla subito, in quel preciso momento, toccarla senza chiedere il permesso e sentirla muovere insieme ai suoi gesti fino a farla divenire perfetta. Avrebbe voluto sfiorarla con i polpastrelli e scoprire come un sottile filo d'aria possa dividere l'immagine dalla realtà. Pensava a tutte le possibilità che avrebbe avuto di correggerne le forme, riparare gli errori, creare l’irreale. Poi, la porta del corridoio si aprì e la voce del dottore chiamò il suo nome.

Il bambino, nel frattempo, corse veloce fino al suo posto e si accorse, sollevato, che il suo passatempo era ancora lì; si accorse anche, però, con insoddisfazione, che la palla di pongo rosso era uguale a prima.

«E’ ancora qui, per fortuna» disse il nonno.

«Sì, ma nessuno l’ha nemmeno toccata».

«Perché? Volevi forse che qualcuno la prendesse senza chiederti il permesso?» rispose stupito il vecchio.

«Mica dovevano rubarla, eh» e la prese dal tavolino, dandole di nuovo movimento.

Amerigo, intanto, usciva dallo studio del dottore e si recava verso la sala d’attesa con la voglia di prendere ciò che aveva lasciato lì. Guardò sul tavolino ma non c’era nulla. La solita delusione, insieme alla nausea, gli occupò lo stomaco. L’avrebbe presa, se solo ci fosse stata ancora, o almeno questo è quel che si ripeteva.

Uscendo si accese una sigaretta e passeggiò tenendo lo sguardo fisso a terra. Guardava le sue scarpe e ripensava a quel muratore che aveva conosciuto lo scorso inverno. Quel tale gli aveva detto che le scarpe sono il simbolo di come approcciamo al mondo.

D’un tratto, inspiegabilmente, gli vennero in mente degli scarponi da muratore, quelli con la punta di ferro per proteggere il piede. Decise che ne avrebbe fabbricato un paio anche per sé.

Giulio Canterino

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