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Per il fisco, il ragionier Mario Fitzgerald, nato a Pavia in una fredda notte d'inverno, era poco più che un libero professionista squattrinato. Ma, come spesso accade per certe figure che si aggirano misteriose nel mercato del lavoro, senza che nessuno sappia bene cosa facciano in realtà per campare, l'impressione che se ne ricavava osservandolo dall'esterno era di tutt'altra natura.

Una bella casa in un comodo quartiere residenziale di Milano, una bella bicicletta nuova per non pagare l'assicurazione della macchina che teneva chiusa in garage come un pezzo da museo (trattavasi di una semplice Panda 4x4 verde acqua degli anni '80 ereditata dal padre) e dei bei vestiti che mostrava con quieta semplicità in pubblico.

Non che al pubblico importasse davvero qualcosa del nostro eroe ma al ragionier Fitzgerald piaceva pensare che tutti quegli omuncoli, con occhietti incavati fra le sopracciglia e gli zigomi, ogni mattina uscissero dalle loro tane nel grigiore della nebbia padana e rivolgendosi brevemente verso di lui pensassero: “Va là, che bel vestito il ragionier Fitzgerald!”.

Proprio degli omuncoli li considerava, mentre ammiravano straniati i suoi vestiti eccentrici. Di certo, a lui, questo non dispiaceva affatto. Faceva come per non accorgersene, come se tutti quegli sguardi non esistessero ma, in realtà, li contava uno a uno.

Il suo vestito preferito era d'un giallo canarino che brillava anche nelle giornate più uggiose, quando la nebbia padana inondava i viali e delle belle nuvolone nere coprivano il cielo. In quei giorni, mentre camminava tutto pimpante per andare di qua e di là, si sentiva un po' come la fiammella di una candela. Infatti sotto la giacca portava, per non essere da meno, una maglietta rossa.

Certamente, questo suo uso stravagante del vestiario era il traguardo di un apprendistato lungo e faticoso. Ma gli apprendistati, per lui, non erano cosa nuova, ne aveva fatti a bizzeffe nella sua lunga e onorata carriera di piccolo parassita della società. L'ultimo, in uno studio legale in Corso Buenos Aires, dall'altra parte di Milano.

Ogni volta che tornava a casa percorreva in bicicletta sempre la stessa strada. Un giorno di inizio primavera però, quando le camelie fioriscono nei prati di Parco Sempione trasformando immediatamente quel locus amoenus in un inferno di piccoli nanetti urlanti, un grande uccello bianco, come il ragionier Fitzgerald non aveva mai visto prima (ed è cosa nota che gli uccelli più grandi presenti in natura non siano, generalmente, bianchi), prese a volare in tondo sopra la sua testa.

«Va là, un albatros!», esclamò uno degli omuncoli con un accento che nascondeva goffamente le sue origini meridionali. Il Nostro distolse lo sguardo dall’uccello solamente quel tanto che bastava per rispondere: «Guardi che si sbaglia, è solo un grosso piccione». Una palla di materiale semisolido si schiantò sulla spalla del ragionier Fitzgerald esplodendo in una enorme chiazza biancastra.

Colto da una crisi di panico, il ragioniere, spinse con forza sui pedali e, schizzando via dal caos di Porta Venezia, s’infilò in una traversa del vecchio lazzaretto in cerca di un luogo sicuro dove nascondere la sua momentanea imperfezione.

Girovagando sperduto fra quelle vie perpendicolari, tutte identiche l'una con l'altra, si ritrovò a passare davanti a una lavanderia. Frenò con vigore e, sceso goffamente dal suo fedele mezzo meccanico, entrò nel piccolo negozio.

 

Ancora oggi, quando il ragionier Fitzgerald racconta questa storia, fa in modo di omettere l'espressione inebetita che rifilò alla commessa dall'altra parte del bancone.

Sì, perché se c'è qualcosa che il ragionier Fitzgerald odia immensamente è rimanere impantanato nell'imbarazzo. E quella merda raggrumata gli dava proprio l'idea dello sporco difficile da togliere.

Si avvicinò al bancone della lavanderia con occhi bassi e sguardo timido, sbirciando la commessa nella speranza che avesse abbastanza sensibilità da non tenerlo intrappolato in quelle sabbie mobili troppo a lungo. A giudicare dagli occhi della ragazza poteva, con largo margine di prevedibilità, considerarsi fortunato questa volta. Peccato che, arrivato lì davanti, dopo aver poggiato lo sguardo sulla macchia della giacca, le spiegò come un monello di poca educazione avesse giostrato con il cono gelato dal balcone sotto cui il ragionier Fitzgerald stava passando in bicicletta. «La stracciatella!», tentò insensatamente di sottolineare.

«Cosa volete che sia, su! Si tratta pur sempre di un bambino… portando queste belle giacche capisco che debba essere un grande fastidio, ma è un'eventualità che un uomo elegante come voi avrà certamente considerato!».

La sensibilità della commessa, fortunatamente, contenne la conversazione nei decibel di un’imbarazzata risata che a stento riusciva a trattenere.

Il ragionier Fitzgerald, senza accorgersi del sostrato di ironia dietro quello scambio di battute, uscì alquanto sollevato dalla lavanderia. La commessa aveva ragione, portare quei gran capi d'abbigliamento richiedeva un elevato coefficiente di rischio. Una responsabilità di cui pochi riuscivano a farsi carico.

Forse, pensò, avrebbe portato la Panda a fare un giro la mattina dopo.

 

Gianni Werner

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Qui, in questo luogo, trovate le storie e i racconti prodotti durante le ore del laboratorio di scrittura. E non sbalorditevi se scrivo luogo, perché di luogo si tratta. È luogo ciò che può essere determinato, tracciato e riconosciuto come spazio. È luogo una storia che prende forma nella mente, abitato com'è da personaggi e luoghi, fatti. E non importa quante mani abbiano hanno lavorato a questi racconti; leggeteli e provate a indovinarle se volete. Ma allora, forse, vi domanderete la cosa giusta.

Il Satiro

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