Carriera

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Ed è una cosa triste.

Qui, al centoquindici della follia, abbiamo bisogno di altri quattrocentottantacinque palloncini per prendere il volo. E questa è una cosa triste. Era una cosa triste quando ce ne stavamo ai bordi delle strade con le mani spellate. Una lacrima di gelo sulla guancia, il cane a scaldarci le palle. Qualcuno di noi aveva anche perso una gamba, un orecchio, quelli più fortunati un occhio. Fa sempre impressione vedere uno senza occhio, è una cosa triste. Ma a nessuno interessavano le nostre perdite. Non eravamo altro che una cosa triste, un ingombro nella strada. Una puzza di piscio da scansare, un piede mutilato da cui spostare lo sguardo. Un giorno un uomo passa e dice che gli dispiace. Di che cazzo parli? Gli dico io, e quello dice che non è giusto. Allora gli chiedo come cazzo si permette di venirmi a dire cosa è giusto e cosa non lo è. E lui mi guarda male, con lo sguardo di chi voleva solo essere buono e gentile, e dolce, caritatevole e vaffanculo. Che altro vuoi, gli chiedo. Mi alzo, aiutandomi con la stampella. Se vuoi proprio fare qualcosa per noi allora dacci un lavoro, gli dico. E lui si allontana di un passo, forse per evitare il mio fiato che minaccia il suo respiro. Vacci piano amico, dice facendo un passo indietro. Gli faccio notare che è un bel pezzo di merda, che era stato lui a dire che gli dispiaceva e tutte quelle stronzate. Gli faccio notare che è un ipocrita del cazzo come tutti gli altri, noi compresi. Se non ci trova un lavoro, delle sue parole non ce ne facciamo niente, che se le ficchi nel culo.

Ma non è certo colpa sua poveraccio, pensa quello. Lui fa il cameriere, e quegli stronzi se proprio volessero se lo potrebbero trovare un lavoro. Visto che lui, quello, si spacca il culo otto ore al giorno e quelli, noi, non fanno niente dalla mattina alla sera. Due euro non glieli dà neanche morto.

E invece quegli stronzi non se lo possono trovare un lavoro. E non se lo possono trovare perché non vogliono leccare il culo a un cliente del cazzo, o abbassare la testa agli insulti del capo, che sembra sia l’unica persona che sappia lavorare. Non lo possono trovare perché non vogliono sollevare i pesi con le braccia, lo vogliono fare con il pensiero. Quegli stronzi, sono gli stessi stronzi che tre anni fa andavano a sbattersi per aprire il bar alle sei di mattina e rifornire il catering di tutto il cibo di cui avesse bisogno. Quegli stronzi sono gli stessi stronzi che si caricavano sulle spalle pacchi e pacchi per le scale interne al bar fino alla pasticceria sotterranea, dove non c’erano neanche le finestre.

Quegli stronzi, erano gli stessi che si prendevano gli insulti al telefono, lavorando per al call center; gli stessi che pulivano i cessi della biblioteca o che andavano a disinfettare la palestra alle dieci di sera, due volte alla settimana, per cinquanta euro al mese. Gli stessi che lavavano la merda di cavallo, in nero, sottopagati, per dieci ore di lavoro giornaliere.

Quindi, guardo il cameriere dritto in faccia e gli dico che si può tenere i suoi sporchi soldi. Che anche se non ha detto niente lo so benissimo cosa pensa, e che nessuno di noi vuole tornare a vendere il proprio culo. E non gli faccio aprire bocca perché avanzo un altro paio di passi, con scarpa da ginnastica e stampella, e gli agito un dito contro, gli dico che il lavoro di merda lo abbiamo tutti lasciato perché ci eravamo rotti le palle di succhiare il cazzo per due lire. La sua espressione la dice lunga e non gli basterebbero neanche quattrocentottantacinque palloncini per volare. E così se ne va lungo la strada, con la camicia dentro la plastica, appena presa dalla lavanderia, appoggiata sulla schiena. Lo sapevo che era un cameriere. E allora mi rimetto seduto e apro il libro, con un malumore nell’anima talmente nero che neanche dopo tre giorni di trincea.

Faccio un gesto di saluto a quelli dall’altra parte della strada, quelli del centoquattordici, i laureati in legge. Loro mi urlano che succede, io rispondo niente, sto rileggendo la tesi su ontologia e opera d’arte, ma quelli mi chiedono cosa è successo con il tipo di prima, e gli urlo che non è successo un cazzo di niente.

Allora mi dicono che al Centodiciotto quelli di economia hanno finito di intagliare la scacchiera e, se voglio, c’è un torneo questa sera.  Dico no, grazie, e mi rimetto a leggere.

E così, qui al centoquindici della follia, fa veramente freddo e ce ne stiamo con le mani in mano. Ma non senza far niente, cerchiamo di scaldarle. Al centoquindici abbiamo già lavorato, già sudato e già leccato culi. Ma non faceva per noi. Così abbiamo deciso di far carriera qua, per la strada. Era una cosa triste perché non eravamo folli schizoidi, che tirano fuori un coltello e ti minacciano per due spicci. Non eravamo neanche di quelli che urlano e sbraitano. Eravamo di quelli che non fanno nulla. Una depressione come cura della personalità, ecco cosa avevamo ereditato. Al centoquindici della follia abbiamo smesso di lottare, e ce ne stiamo giorni e giorni a pensare come sarebbe stato se. È una cosa triste perché quando qualcuno chiede come stiamo, noi lo mandiamo affanculo.

noname_

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