Ciclamini Rosa

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Non mi ero mai curato dei ciclamini che stavano sul balcone di nonna. Ci giocavo ogni tanto, è vero, mi limitavo a strappare qualche petalo, giusto per il gusto di vederli planare fino a terra. Ma non gli avevo mai prestato veramente attenzione. Di solito prendevo un petalo e lo tagliavo con l'unghia del pollice, quel minimo che bastava a vederne il segno scuro sul rosa chiaro e sentire il polpastrello umido di linfa. Un passatempo di poco conto, una di quelle cose che si fanno senza pensare. Quella mattina fu la prima volta che li osservai con attenzione.

Non so per quale motivo, ma quel giorno volevo memorizzare ogni dettaglio di quella casa che avevo sempre abitato sovrappensiero. Volevo portare con me un ricordo vivo come il presente, non una sfocatura del passato.

Lo zerbino rettangolare fuori dalla porta di legno, il grosso pomello d'ottone, il mobile sulla destra nell'ingresso con le foto in bianco e nero di vite trascorse e ormai dimenticate. Il tappeto con motivi persianeggianti che interrompe il cigolio delle scarpe sul vecchio parquet. La porta del corridoio sempre chiusa sulla sinistra e davanti, al di là del piccolo archetto tagliato per metà da una tenda gialla che si affloscia pigramente nel vuoto, il piccolo salone comunicante con la cucina, ancora più piccola, nella quale nonna trascorreva metà del suo tempo da sveglia. L’altra metà lo passava sulla poltrona, davanti alla televisione a tubo catodico poggiata sul canterale.

Quel giorno, quando entrai, era proprio sulla poltrona. Dormiva e non mi andava di svegliarla: in quel periodo prendeva sonno di rado e io non avevo assolutamente voglia di parlare con lei. Camminai un po' per casa, silenzioso. Ma dopo pochi passi un rumore  inaspettato riverberò dalla porta del corridoio. Senza troppa agitazione andai ad aprirla e ne zampettò fuori Rudie, il gatto. Fece un salto con cui mi superò piedi e andò a finire sul tappeto dell'ingresso. Mi guardava in una maniera strana. Non che io sappia descrivere la stranezza che può essere custodita dallo sguardo d'un gatto ma, quel giorno, sapevo che era così. Stava ritto sulle zampe, pronto a schizzare chissà dove in qualsiasi momento, ma continuava a fissarmi come si aspettasse qualcosa. In realtà il modo in cui scappò, quando provai a chiamarlo con qualche schiocco della lingua, mi rivelò che  Rudie  voleva dirmi qualcosa. Aprii bene gli occhi e cominciai a rincorrere il gatto il più velocemente possibile. Sembrava una macchia nera evanescente nel piccolo appartamento di nonna, una sagoma che fluiva nello spazio, non capivo minimamente come potesse fare certi salti senza rompere nulla. Era già uscito sul terrazzo quando lo vidi nuovamente fermo.

Sembrava incantato, con lo sguardo fisso sui ciclamini che nonna curava con amore e che io, puntualmente, tartassavo. Ci fermammo a guardare quei vasi di fiori, insieme, e per quei pochi lunghi attimi mi sembrò di riuscire a comprenderlo. Come se ci fosse una sorta di forza magnetica che da lui si trasmettesse a me passando attraverso i ciclamini di nonna.

Nel momento in cui provai ad avvicinarmi Rudie schizzò via rapido e andò a rifugiarsi di nuovo dentro casa. Rimasi a osservare i suoi movimenti isterici ed eleganti allo stesso tempo, quindi rientrai.

Nonostante tutto quel frastuono mia nonna rimaneva assopita. Mamma diceva sempre che aveva il sonno pesante, neanche le cannonate la svegliavano.

Rudie continuò a correre di qua e di là e io cercavo di capire che cosa avesse da agitarsi in quel modo, finché con un piccolo balzo andò a posarsi proprio sulla coperta di lana beige che nonna teneva per scaldarsi le gambe e il torso. Ci misi un po' a capire cosa voleva Rudie.

Tutto, su quella poltrona, era immobile.

Gianni Werner

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