Scarponi

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Era tutta la mattina che le persone entravano e uscivano dalla sala d’attesa. Entravano, uscivano, il più delle volte non si guardavano. Nel silenzioso viavai, intanto, la luce del mattino filtrava dalla finestra e il tempo passava.

Entrarono due figure che mossero l’atmosfera come una folata di vento che passa tra i rami di uno sterpo. Alcuni pazienti fecero per rivolgere loro occhiate di fastidio ma, quando si accorsero che si trattava solo di un nonno e il suo nipotino, sorrisero riportando i loro sguardi nel silenzio.

«Secondo te ho l’allergia, nonno?».

«Non lo so, ora ci facciamo prescrivere le analisi dal dottore e lo scopriamo».

«Ma io ho chiesto secondo te!» insistette il piccolo, stavolta con voce squillante.

«Secondo me sì» rispose il vecchio.

Perché mai doveva essere allergico e, soprattutto, che razza di risposta era quella? “Secondo me sì”... non era un’argomentazione, non era niente - pensava il bambino che, come tutti gli altri pazienti, guardava in basso. Nelle mani teneva una pallina di pongo, rossa. Infastidito ancora dalla risposta, la torturava fino a sentire tra le dita null’altro che un fascio di nervi. Si sedette vicino al nonno, con cui non voleva più parlare. Da lì, la luce della finestra lo scaldava e per un attimo guardò fuori. Stava arrivando la primavera e nessuno sembrava accorgersene, probabilmente nemmeno il nonno. Doveva essere solo un raffreddore il suo, e niente più. Questa storia dell’allergia proprio non gli andava giù e quella plastilina, mannaggia, non prendeva mai la forma giusta. Si sentì toccare la spalla, era l’ora di entrare e, agitato per questa storia del raffreddore, lasciò il pongo su un tavolino della sala d’attesa.

La porta d’ingresso dello studio fece rumore nuovamente e un uomo entrò nella stanza. Senza degnare nessuno d’uno sguardo si diresse verso la finestra dove ora, una sedia, in disparte, accanto a un tavolino, sembrava aspettare proprio lui. Che fortuna - pensò, dal momento che voleva starsene per conto suo. Prima di aprire quella porta aveva sperato di non incontrare nessuno, conoscente o cliente che fosse. Quello, il primo passo, era andato liscio.

Per il resto, però, la nausea continuava a tormentarlo. Guardò fuori dalla finestra cercando di distrarsi e si accorse di una luce strana, diversa dal solito. Era la primavera che stava arrivando e, era vero, nessuno dentro quella stanza sembrava accorgersene, tutti così presi dall’abbottonarsi quei cappotti ingombranti. La nausea tornò più forte e l’uomo credette fosse meglio lasciar perdere quel genere di pensieri. Sì, perché a dire il vero, sapeva che il dottore poteva dirgli ben poco della propria nausea. Per il momento, però, una spiegazione qualunque poteva bastargli.

Guardò il tavolino accanto alla sedia. Piccolo e inutile, era un oggetto fuori posto. Poi, si accorse che non era l’unica cosa fuori posto: una palla di pongo sostava indifferente, lì sopra. Nel guardarla si ricordò della sensazione che aveva provato nel toccarla, maneggiarla ma era passato tanto tempo dall’ultima volta. Se la ricordava bene però. Si ricordava perfettamente la sensazione che si prova nel modellare i propri desideri come si fa con una palla di pongo.

Stretta nella mano può diventare qualsiasi cosa, anche se al momento non è nulla, solo una massa informe e morbida. Sarebbe bello, con la sola forza delle mani, plasmare l'inesistente e costruirlo nella realtà, correggendolo con semplici pressioni delle dita. Avrebbe voluto prenderla subito, in quel preciso momento, toccarla senza chiedere il permesso e sentirla muovere insieme ai suoi gesti fino a farla divenire perfetta. Avrebbe voluto sfiorarla con i polpastrelli e scoprire come un sottile filo d'aria possa dividere l'immagine dalla realtà. Pensava a tutte le possibilità che avrebbe avuto di correggerne le forme, riparare gli errori, creare l’irreale. Poi, la porta del corridoio si aprì e la voce del dottore chiamò il suo nome.

Il bambino, nel frattempo, corse veloce fino al suo posto e si accorse, sollevato, che il suo passatempo era ancora lì; si accorse anche, però, con insoddisfazione, che la palla di pongo rosso era uguale a prima.

«E’ ancora qui, per fortuna» disse il nonno.

«Sì, ma nessuno l’ha nemmeno toccata».

«Perché? Volevi forse che qualcuno la prendesse senza chiederti il permesso?» rispose stupito il vecchio.

«Mica dovevano rubarla, eh» e la prese dal tavolino, dandole di nuovo movimento.

Amerigo, intanto, usciva dallo studio del dottore e si recava verso la sala d’attesa con la voglia di prendere ciò che aveva lasciato lì. Guardò sul tavolino ma non c’era nulla. La solita delusione, insieme alla nausea, gli occupò lo stomaco. L’avrebbe presa, se solo ci fosse stata ancora, o almeno questo è quel che si ripeteva.

Uscendo si accese una sigaretta e passeggiò tenendo lo sguardo fisso a terra. Guardava le sue scarpe e ripensava a quel muratore che aveva conosciuto lo scorso inverno. Quel tale gli aveva detto che le scarpe sono il simbolo di come approcciamo al mondo.

D’un tratto, inspiegabilmente, gli vennero in mente degli scarponi da muratore, quelli con la punta di ferro per proteggere il piede. Decise che ne avrebbe fabbricato un paio anche per sé.

Giulio Canterino

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