Noi Tre

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“C’è sempre qualcosa che non va con te! Dio, non sai quanto mi fai incazzare!”.

L’Altro prende a sbraitare tirando manate contro gli sportelli della dispensa.

“Se tu potessi anche solo considerare l’idea di darmi retta ogni tanto, forse non ci infileremmo sistematicamente in questi disastri”.

James posa il coltello sul mobile della cucina e si mette seduto.

“Sarebbe stato tutto più semplice se mi avessi dato ascolto fin dall’inizio, ma invece no: si fa come dice il Signorino. E allora ecco come va a finire”.

Con il capo chino fra le mani, James se ne sta paralizzato in quella cucina. Non sa cosa rispondere.

«C’è nessuno?».

«In cucina».

«Dio mio. Che cosa è successo?».

Un uomo con l’impermeabile nero appare sulla porta seguito da una donna bionda con i capelli corti.

«Non penso che le servirà la pistola» dice James alzando per un attimo entrambe le mani, «sono disarmato».

L’uomo mette via l’arma e si avvicina a passi lenti.

«È stato lei a chiamarci?»

«Sì».

«E può dirci cos’è successo?»

«Temo che sia una lunga storia».

L’uomo fa un cenno alla donna bionda prima di sedersi di fronte a James.

«Abbiamo tempo».

Già, loro hanno tempo e possono ascoltare la versione del Signorino. Noi per fortuna tutto questo tempo non ce l’abbiamo, quindi cercherò di essere conciso.

James è nato nel 1983 in un sobborgo di Manchester. Non è un bel posto per nascere, bisogna dirlo.

La prima volta che parlò con me era l’estate del 1986, quando cominciava a spiccicare le prime parole di senso compiuto. E io ero lì. Come ero lì per il suo primo giorno di scuola, le prime pedalate senza rotelle, le prime storie, il primo bacio, la prima scopata. Io ero sempre lì.

Col tempo, però, smise di darmi retta.

Mi ascoltava, certo, stava a sentire tutti i consigli che avevo da dargli, a volte riusciva anche a rispondermi. Ma poi faceva di testa sua, e la cosa mi faceva incazzare in un modo che voi non potete immaginare.

È come quando vi accorgete che i vostri figli sono cresciuti e stanno lì a sentirvi raccontare le vostre avventure lavorative mentre smanettano sui loro smartphone e annuiscono di tanto in tanto. A volte rispondono anche con qualche frase sensata, collegata a ciò che stavate dicendo, e vi fanno illudere di aver capito.

Ma no, non vi stanno a veramente a sentire. Se ne fregano. I più stronzi lo fanno per i soldi, gli altri per compassione.

James non aveva né l’uno né l’altro stimolo per starmi a sentire, e fargli notare ogni volta che avevo ragione era come cercare di convincere il Papa che Dio non esiste.

È lì che venne fuori il Signorino.

Intendiamoci, non è che prima James si lasciasse trascinare troppo da me, ma quantomeno ogni tanto veniva a divertirsi. Almeno finché non conobbe Liz che, per inciso, è la proprietaria di questo appartamento.

«Elizabeth Paltrow».

Appunto. Scusatemi un attimo.

L’uomo con l’impermeabile nero continua a guardare James con serenità.

“Guardalo! Guardalo, con quella faccia da cazzo di chi fa finta di non capire!”.

L’Altro si sposta dalla finestra e inizia a girare intorno all’uomo gesticolando animatamente.

“Potresti per una volta startene nel tuo angolino in silenzio?”.

«Con chi sta parlando?»

L’uomo si volta, cercando con lo sguardo qualcuno che non può vedere.

«Mi scusi, stavo solo ricordando».

«Prego, continui pure».

“Se gli dici anche un’altra parola su Liz io giuro che t’ammazzo con le mie mani!”

“Tu non esisti”.

“Eccolo là! Cristo santo, James, se io non esisto tu con chi cazzo hai parlato negli ultimi trent’anni?”.

È la donna ora che si guarda intorno con fare dubbioso.

“Non dire un’altra parola su Liz”.

Il Signorino se ne stava sempre lì immobile in quel vestito elegante e sussurrava parole all’orecchio di James. Mi facevano imbestialire quei due, sempre a parlottare fra di loro come se non esistessi. Mi chiamavano L’Altro, come se fossi l’ultimo arrivato.

Ma la cosa peggiore era che James iniziò a dar retta a lui e non a me. Rimasi da solo nella sua cazzo di testa e per un po’ ho creduto anch’io di non esistere.

Poi lo vidi, una sera in un pub con degli amici di Liz. Aveva bevuto un po’ più del solito e mentre il Signorino gli diceva di smettere lui lo ignorava e continuava a bere. Fu allora che decisi di rimettermi in gioco.

“Guarda quella lì che tette. Guardala, secondo me ci sta”.

“E tu che fine avevi fatto?”.

“Sono sempre stato qui. Ma ora concentrati su di lei”.

“Sì, ce l’ho”.

Ero di nuovo in pista.

Quando Liz e gli altri se ne furono andati, o almeno era quello che pensavamo, decidemmo di darci da fare. Lei era bellissima, sola, e si convinse a venire con noi in macchina. Fu una notte meravigliosa quella.

Pochi mesi dopo i genitori di James si trasferirono in Italia e noi con loro.

Mamma era già in là con gli anni quando hanno avuto James, e papà, beh, lui era italiano e non sopportava l’idea di vivere gli anni della pensione in quel posto di merda.

«Mi sta dicendo che quella notte la signorina Paltrow ha assistito alla scena?».

«Sì».

“Ma che cazzo! Ma non posso distrarmi un attimo che tu spiattelli tutto? Ma sei scemo?”.

“Lasciami stare”.

L’uomo guarda James e poi il suo taccuino. Forse comincia a mettere insieme i pezzi.

“Non ci posso credere! Ho passato trent’anni della mia vita con un coglione”.

Io la mia versione di quella storia ve l’ho raccontata, non date retta agli altri.

Comunque il trasferimento in Italia fu una mano santa. Per noi, per Liz, per tutta la situazione che si era creata.

James aveva iniziato l’università e aveva conosciuto Francesca. Si trovavano bene insieme, erano felici e James sembrava aver rimosso i ricordi di quella notte.

Ma quando Liz si presentò al portone di casa con in mano le foto, capii che non era affatto così.

«È per questo che sono tornato in Inghilterra, per sistemare le cose».

L’uomo smette di prendere appunti, posa la penna sul tavolo e alza lo sguardo verso gli occhi di James.

«E questo me lo chiama sistemare le cose ?».

«Non voglio vivere prigioniero di un ricordo»

Credo che ormai sia tardi per cercare di risolvere la situazione. Prima che ci portino via di qui, sappiate che è tutto falso. Le foto, la ragazza, Liz, tutto.

Tutto ciò che vi diranno è falso.

«Dov’è ora?»

Lo sguardo di James si sposta per la prima volta sulla donna bionda.

«In camera sua, sul letto».

«E le foto?».

James infila la mano nella borsa e tira fuori una grossa busta.

«Ha fotografato ogni cosa. Ci ha seguiti in macchina fino al sentiero. Ci ha visti mentre la portavamo lontano dalla strada e la spogliavamo. È rimasta lì a guardarci per tutto il tempo».

Ora, per la prima volta, l’uomo non ha davvero capito nulla.

«Mi scusi, chi altro c’era?».

«Eravamo tutti lì, quella sera. Tutti e tre».

«Tutti e… tre?».

Tutti e tre?

«Ho sempre pensato che fosse colpa dell’Altro ma non è così. C’era anche il Signorino, ma soprattutto c’ero io».

«Può farmi i nomi di queste persone?».

«James Marconi, tutti e tre».

Tutti e tre.

«Temo di non capire».

Stavolta è la verità. L’uomo con l’impermeabile nero non ci sta capendo nulla.

«Lo so».

«E lo sa, signor Marconi, che ora verrà con noi, vero?».

«Sì, sono io che ho chiamato».

“Se tu mi avessi ascoltato, James, forse ora non saremmo in questo casino”.

Il Signorino cerca qualcosa nel frigorifero mentre con la solita pacatezza fa il punto della situazione.

“Avremmo dovuto ammazzare anche lei, quella notte.”

“Di’ ancora una parola su Liz e ti giuro che ti ammazzo con queste mani!”

L’Altro parte come una molla, è infuriato.

“Guarda cosa hai fatto, guarda!”

“Ci stava ricattando. E ci stava ricattando per colpa tua.”

“Tu menti, e lo sai.”

“L’ho uccisa per colpa tua.”

“C’eri anche tu quella notte, diglielo James che c’era anche lui”.

“È stata una mia decisione quella di tornare qui”.

James si alza e allarga le mani per separare i due. “Mia e di nessun altro.”

«Signor Marconi? James? Si sente bene?».

«È stata una mia scelta fin dall’inizio».

«Sì, certo. Capisco».

Perché non l’hai mai amata davvero.

Nedo Falchetti

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